Centro Veneto Progetti Donna
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TITOLO NEWS

A settembre riprenderà in Commissione Giustizia al Senato la discussione sul Ddl Pillon e sugli altri disegni di legge collegati, nonostante centinaia di migliaia di uomini e donne in Italia ne abbiano chiesto il ritiro. Tanti/e parlamentari e rappresentanti delle istituzioni in questi mesi si sono espressi/e pubblicamente contro il disegno di legge lesivo per la libertà di tutti e tutte e potenzialmente molto pericoloso per i bambini e le bambine. Per questo il Centro Veneto Progetti Donna, con le sue volontarie, operatrici e con la forza delle 7000 donne che ha incontrato e ascoltato in 30 anni di attività, è tornato in piazza per fermare il ddl pillon, che non deve diventare legge dello Stato.

Non siamo sole, ma con tante realtà dell’associazionismo nazionale e cittadino. La mobilitazione è stata lanciata da Dire, la rete dei centri antiviolenza femministi italiani, di cui facciamo parte, a cui hanno aderito fin da subito NON UNA DI MENO, CGIL, UDI, ARCI, CAM, PANGEA, TELEFONO ROSA, CISMAI, ANPI, il mondo studentesco e tanti altri e altre. A Padova hanno inoltre aderito il gruppo politiche di genere di coalizione civica, parlamentari, assessore e assessori, consigliere e consiglieri regionali e comunali e tantissime cittadine e cittadini

Questo ddl ci porta indietro di 50 anni e vuole impedire di fatto la separazione e il divorzio mettendo in atto un’ideologia maschilista e patriarcale che vuole le donne come umili e sottomesse regine o, meglio, schiave del focolare domestico.

Il ddl si spinge oltre e mira a ristabilire il controllo pubblico sui rapporti familiari e nelle relazioni intime minando l’autonomia personale di uomini e donne, facendo diventare separazione e affido un campo di battaglia permanente.

E Non riconosce altri tipi di famiglia o unione se non quella eterosessuale formata da un uomo e una donna.

Sono 5 i no che diciamo oggi a Pillon.

No alla mediazione obbligatoria e a pagamento.

No all’imposizione di tempi paritari e al doppio domicilio dei minori.

No al mantenimento diretto.

No al piano genitoriale.

No al concetto di alienazione parentale.

Sono tanti i pericoli che vediamo in questo ddl. Di fatto si vieta il divorzio a chi è meno ricco perché le separazioni saranno impossibili a causa dagli alti costi imposti dalla mediazione obbligatoria e a pagamento, per la quale non è previsto il gratuito patricinio.

La bigenitorialità perfetta e coatta prevista dal ddl compromette la stabilità dei minori, non tiene conto dei singoli casi, delle concrete situazioni familiari e dell’età dei figli e delle figlie. Esistono sicuramente genitori in grado di gestire al meglio affidi effettivamente condivisi, ma esistono anche realtà nelle quali l’affido paritetico non è realizzabile, se non con grave pregiudizio per i figli, considerati alla stregua di beni materiali da spostare da un domicilio all’altro. I figli e le figlie così diventeranno ostaggi del coordinatore genitoriale che avrà l’ultima parola su ogni aspetto delle loro vite, dalla scuola allo sport, agli amici da frequentare.

Impossibile non pensare ad una vendetta nei confronti delle donne quando si elimina l’assegno di mantenimento.
in un paese dove lavora una donna su due e dove il lavoro di cura ricade nella quasi totalità dei casi su di loro, e dove il 50% delle donne diventa più povera dopo la separazione, con Pillon peggiorerà lo squilibrio economico tra uomini e donne, che rischieranno di restare stritolate in un percorso pensato soprattutto per imporre e arricchire una nuova figura professionale, quella del mediatore familiare. Ci chiediamo, è un caso che Pillon sia un mediatore familiare?

Questo ddl non riconosce la violenza maschile contro le donne, che è presente nel 51 % delle separazioni.

Secondo Pillon solo al terzo grado di giudizio si potrà riconoscere il reato di maltrattamenti e violenza.

Questo vuol dire che per circa 4/5 anni le donne e i loro figli dovranno continuare a frequentare l’uomo che agisce violenza.

E se una denuncia viene archiviata, la donna rischia di essere accusata di calunnia, e perdere i figli.

Quale donna avrà più il coraggio di denunciare?

E i bambini e le bambine che fine fanno in questo ddl?

Spariscono, insieme ai loro diritti. Nessuno li ascolta. E se sono vittime di violenza assistita? Il giudice non può chiedere loro che cosa succede a casa perché non sono ammesse le domande che possono tradire un principio di lealtà con uno dei due genitori. E se i bambini e le bambine rifiutano di vedere il papà maltrattante? secondo Pillon la colpa è della madre che manipola i figli e le figlie. Per cui quale soluzione migliore che obbligare i bambini e le bambine a vivere con il genitore violento.

E neanche le case rifugio potranno proteggere i bambini e le bambine perché al padre basterà andare dalle forze dell’ordine per farli riportare a casa.

In un paese in cui ogni due giorni una donna viene uccisa da un uomo, non abbiamo bisogno di una legge che minaccia le donne che subiscono violenza e protegge i maltrattanti.

In un paese dove le donne nei tribunali non sono credute e vengono vittimizzate ulteriormente, non abbiamo bisogno di una legge che mette in primo piano le rivendicazioni degli uomini che agiscono violenza.

In un paese dove i bambini e le bambine vengono usati dai padri violenti per punire e vendicarsi delle partner, non abbiamo bisogno di una legge che obbliga i figli a stare con loro.

Avevamo invece bisogno di una legge che rendesse più facile e sicuro per le donne potersi separare, che riconoscesse che il momento della separazione nei casi di violenza è il momento più pericoloso per la vita delle donne e dei loro figli. Avevamo bisogno di una legge che sostenesse le famiglie in difficoltà economica che vogliono separarsi. Di una legge che tutelasse i diritti dei bambini e delle bambine e riconoscesse i doveri dei genitori e non viceversa.

Siamo qui in piazza per fare chiarezza su CHI è dalla nostra parte e CHI no, chi è dalla parte delle donne e dei/lle bambini/e e chi no, CHI è disposto in Parlamento a far sentire la propria voce e a rispondere alla propria coscienza.

Non vogliamo nessuna modifica al ddl, ma pretendiamo il suo ritiro.

Finchè non l’avremo ottenuto, noi non faremo un passo indietro.

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