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Il 23 maggio 2017 la Corte europea dei diritti umani (CtEDU), nel caso Bălșan c. Romania, ha emesso un'altra sentenza di condanna in un caso relativo alle ripetute violenze subite da una donna da parte del marito.

La Corte, in particolare, ha ritenuto lo Stato rumeno responsabile della violazione dell'art. 3 della Convenzione europea dei diritti umani (CEDU) relativo al divieto di trattamenti inumani e degradanti per non aver adeguatamente protetto la ricorrente dalla violenza del marito nonostante le numerose richieste di aiuto.

Accertato che la violenza ripetutamente subita dalla signora Bălșan era sufficientemente grave per potersi qualificare come trattamento inumano e degradante ai sensi dell'art. 3 CEDU, i giudici di Strasburgo hanno rilevato come le autorità rumene fossero certamente a conoscenza della situazione della donna. La ricorrente, infatti, si era in più occasioni rivolta alle forze dell'ordine e alla magistratura per ottenere aiuto e protezione. Nonostante questo e l'esistenza di un quadro normativo idoneo alla ricezione di richieste di aiuto da parte di donne vittime di violenza in Romania, la CtEDU ha potuto verificare come le autorità rumene fossero rimaste inerti. A ciò si aggiunge il fatto che, secondo quanto accertato dalla Corte, le autorità rumene avevano persino concluso che fosse la ricorrente stessa a provocare gli episodi di violenza subiti e che, in ogni caso, questi ultimi non fossero sufficientemente gravi da ricadere nell'ambito di applicazione del diritto penale.

Tale passività dimostrata dalla Romania nel proteggere la ricorrente dalla violenza del marito costituisce, secondo i giudici di Strasburgo, anche una forma di discriminazione nei confronti della ricorrente in quanto donne, in violazione quindi anche dell'art. 14 CEDU (divieto di discriminazione).

La Corte ha infatti osservato che le statistiche ufficiali mostrano come in Romania la violenza maschile nei confronti delle donne viene tollerata e considerata normale dalla maggioranza della popolazione. Le autorità stesse sembrano non comprendere a pieno la serietà e la pervasività del fenomeno, con la conseguenza che il quadro normativo esistente a tutela della donna vittima di violenza viene privato di qualsiasi efficacia concreta.

Foto: ECHR, Council of Europe