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La violenza ostetrica è un fenomeno che riguarda circa un milione di donne in Italia, ma quante e quanti di voi la conoscono?

Indica quegli abusi che possono essere perpetrati da tutto il personale sanitario (medici/he, ostetrici/he, infermieri/e…) nell’ambito delle cure ostetrico-ginecologiche, in particolare durante il parto.

Questa forma di violenza è ancora poco nota in Italia, che infatti manca di una legge specifica per la prevenzione e il contrasto del fenomeno. Il tema è stato affrontato soprattutto in America Latina, dove nel 2007 la Ley Orgánica sobre el Derecho de las Mujeres a una Vida Libre de Violencia (Venezuela) l’ha definita per la prima volta come 

"l’appropriazione del corpo e dei processi riproduttivi della donna da parte del personale sanitario, che si esprime in un trattamento disumano, nell’abuso di medicalizzazione e nella patologizzazione dei processi naturali, avendo come conseguenza la perdita di autonomia e della capacità di decidere liberamente del proprio corpo e della propria sessualità, impattando negativamente sulla qualità della vita della donna”.

Più recentemente anche l’OMS (*) e il Consiglio d’Europa (**) hanno rivolto la loro attenzione a tale fenomeno, riconoscendolo come forma di violenza contro le donne. 

Queste pratiche illegittime ma allo stesso tempo abituali nei servizi dedicati alla salute sessuale e riproduttiva comportano diverse violazioni dei diritti umani delle donne, fra cui il diritto a una vita libera dalla violenza e dalla discriminazione, il diritto alla vita, alla salute, alla riservatezza e all’autonomia.

La normalizzazione della violenza ostetrica rende particolarmente difficile la sua emersione in una società che promuove l’ipermedicalizzazione della vita ed è manifestazione della disuguaglianza strutturale tra i generi. 

La prevalenza della prospettiva sanitaria rischia di ridurre eventi umani (quali la gravidanza e il parto) a condizioni fisiche o patologiche private della loro dimensione sociale, culturale e soggettiva. L’autorità medica non può abusare del proprio privilegio per giustificare trattamenti disumanizzanti. 

Inoltre, nemmeno la relazione di cura - già di per sé asimmetrica - è immune dalle dinamiche di potere patriarcali, che mettono le donne in una condizione di maggiore vulnerabilità.

Come afferma l’ONU (***), il contrasto della violenza ostetrica richiede urgentemente misure di compensazione alle vittime, formazione specifica del personale sanitario sul tema dei diritti umani delle donne, e presa di coscienza collettiva della pervasività della violenza di genere.

Abbiamo deciso di dedicare questo mese, in cui ricorre la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne (25 novembre), alla violenza ostetrica perché non può più essere considerata “normale”.

Perché i maltrattamenti durante il parto non possono più essere un tabù.

Perché ogni donna ha il diritto di godere del miglior standard possibile di salute psico-fisica.

La prossima settimana affronteremo le diverse forme che assume la violenza ostetrica.

Troverete l’intera campagna informativa sui nostri social (Facebook e Instagram).

 

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La testimonianza di I.

Ho immaginato tantissime volte il mio parto, come penso facciano tutte le donne che decidono di portare avanti una gravidanza. Sono una persona metodica, quindi ho letto e mi sono informata sulle varie fasi del travaglio, ho partecipato ai corsi preparto, ho valutato a lungo a quale ospedale rivolgermi affinché l’approccio utilizzato fosse in linea con le mie, le nostre, scelte. Per quanto consapevole della possibilità di complicazioni e impaurita per il dolore che avrei dovuto affrontare, il racconto che mi ero costruita rispetto al parto che avrei vissuto era comunque positivo, perché sarebbe stata in tutti i casi l’esperienza più bella della mia vita, perché avrei messo al mondo mio figlio. Le cose, invece, sono andate diversamente. Io ho subito violenza ostetrica. 

Non credo che i dettagli fisici su quello che mi è successo siano la parte importante. Non credo che alle altre donne interessi sapere i segni permanenti che porto sul mio corpo, né le pratiche mediche (anche rasenti la legalità) che sono state eseguite senza il mio consenso, né le frasi esatte che sono state dette con l’intento di umiliarmi, colpevolizzarmi, sminuire quello che stava succedendo. 

Quello che invece credo sia importante dire alle altre donne è come mi sono sentita dopo. Sono tornata a casa in condizioni fisiche e psicologiche disastrose da quella che doveva essere l’esperienza più bella della mia vita. Mi svegliavo la notte di soprassalto perché sognavo di essere ancora incinta e di dover partorire di nuovo. Un odore, un suono, un’immagine mi riportavano in sala parto, creandomi stati di panico. Ho dovuto nascondere tutte le cose che avevo in ospedale per questo motivo. Non sono riuscita ad alzarmi da letto per circa un mese, non riuscivo a tenere in braccio mio figlio, non riuscivo a cambiarlo, tantomeno a portarlo a fare una passeggiata. Piangevo, piangevo tanto perché stavo male, piangevo ancora di più perché mi sentivo sbagliata. Sbagliata perché, nell’immaginario comune, una neo-mamma è stanca ma piena di gioia per l’aver dato alla luce una nuova vita, vuole raccontare al mondo l’esperienza meravigliosa della maternità. Io invece non riuscivo ad essere felice e ho passato settimane senza volerne parlare. Quando ho iniziato a farlo, usciva dolore. 

Le altre persone non capivano o non volevano capire cosa mi era successo. La violenza ostetrica e il trauma ad essa collegato non sono riconosciuti a livello sociale: come dice Carla Sfetez nel suo libro “Guarire dopo il parto”, quando una donna che è appena diventata madre prova a raccontare il suo malessere viene vista come un’ingrata che non sa gioire della nascita del suo bambino. “Guarda che con questo atteggiamento ti stai rovinando uno dei momenti più belli della tua vita” “Le persone che hanno brutte esperienze tendono ad esagerare“ “Lo fanno tutte” “L’importante è che sia andato tutto per il meglio e che il bambino stia bene” “Hai avuto sfortuna” Negare, sminuire, colpevolizzare: queste sono state le reazioni intorno a me quando cercavo faticosamente di dire che non stavo bene.

Ci ho impiegato mesi a capire che non era normale quello che avevo vissuto. Quando l’ho capito, ho messo da parte i sensi di colpa su come mi sentivo e ho chiesto aiuto. Tuttavia, la prima volta che mi è stato detto “è normale sentirsi così quando hai avuto un parto violento” sono balzata dalla sedia. Com’era possibile che io avessi subito violenza ostetrica? E invece chiamare le cose con il loro nome è stato un passaggio fondamentale per affrontarle e stare meglio. Insieme ad altri due aspetti altrettanto fondamentali: essere creduta e non sentirmi sola. Perché chi nega quello che ti è successo arriva a farti credere che in realtà non sia successo veramente, che sei tu quella esagerata e di conseguenza quella sbagliata. Ed è un’ulteriore violenza. Per questo ci tengo a partecipare a questa campagna: perché per me ritrovarmi nelle parole e nelle emozioni di altre donne ha dato il coraggio di reagire e la forza per stare meglio, quando non pensavo fosse possibile. Che nessuna resti sola!

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* La prevenzione e l’eliminazione dell’abuso e della mancanza di rispetto durante il parto presso le strutture ospedaliere, 2015 con relativo link: https://apps.who.int/iris/bitstream/handle/10665/134588/WHO_RHR_14.23_ita.pdf?sequence=17

** Risoluzione 2306/2019 con relativo link: http://assembly.coe.int/nw/xml/XRef/Xref-XML2HTML-EN.asp?fileid=28236&lang=en 

*** Rapporto della Relatrice Speciale sulla violenza contro le donne, le sue cause e le sue conseguenze in relazione all’approccio basato sui diritti umani nell’ambito del maltrattamento e della violenza contro le donne nei servizi di salute riproduttiva con particolare riferimento al parto e alla violenza ostetrica con relativo link: https://www.ohchr.org/Documents/Issues/Women/SR/A_74_137_ITALIAN.pdf