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TITOLO NEWS

 

Finalmente una buona notizia chiude un anno straziante: il 30 dicembre 2020 il progetto di legge sull’interruzione volontaria di gravidanza passa anche lo scoglio del Senato. Ci sono voluti 99 anni dall’ultima riforma del Codice Civile, risalente al 1921 che considerava l’aborto un delitto, tranne in caso di violenza sessuale e di rischio per la vita stessa della gestante. 

Di fatto però queste due eccezioni sono state ben poco applicate: secondo uno studio di Access to safe abortion network dal 2016 al 2018 più di settemila bambine tra i 10 e i 14 anni hanno partorito, molte delle quali come risultato di stupri. Solo nel 2016 quasi 40mila donne sono state ricoverate in ospedale per complicanze legate agli aborti illegali (6.400 delle quali erano bambine e ragazze dai 10 ai 19 anni). Sempre nel periodo 2016-2018, almeno 65 donne sono morte per le complicazioni di interventi illegali (la metà erano adolescenti) e dal 2012 almeno 73 donne, incluse dottoresse e infermiere, sono state arrestate per accuse di aborti illegali. 

Senza contare che questo vuoto legislativo sull’aborto ha costretto milioni di ragazze e donne a portare a termine gravidanze non volute; fatto che di fronte ai dati appena letti ci sembra cosa da poco, ma non è così perchè se non raggiungiamo l'indipendenza del nostro corpo, le altre battaglie politiche non possono nemmeno iniziare.

Con la nuova legge, l’Argentina vola in testa alla lista dei Paesi dell'America Latina che consentono alle donne di decidere sul loro corpo e sul desiderio di essere o meno madri. Lo hanno già fatto Uruguay, Cuba, Guyana e lo Stato di Città del Messico. In alcuni Stati, come El Salvador, Nicaragua, Repubblica Dominicana permane il divieto assoluto dell’aborto, senza deroghe, e il semplice sospetto di aver interrotto volontariamente una gravidanza è punito con una condanna fino a 30 anni di carcere.

La notizia della possibilità di abortire in modo sicuro e gratuito fino alla quattordicesima settimana di gravidanza è stata accolta con grande gioia ed emozione dentro il Senato ma soprattutto fuori, dove una marea di pañuelos verdes (i fazzoletti verdi simbolo della campagna) aspettava – da anni – questo momento che passerà alla storia.


Le femministe argentine sono consapevoli che questa sia solo una prima vittoria, ma che la lotta sarà ancora lunga dati i molteplici ostacoli che si presentano per garantire il reale accesso all’aborto, primo fra tutti la classe sociale di appartenenza: la speranza è che non divenga non un privilegio a cui poche potranno accedere. A questo si aggiungono barriere culturali, etiche, religiose e strumentalizzazioni politiche. 

Infatti, in un Paese profondamente cattolico, dove la Chiesa ha un’enorme influenza, l’introduzione dell’obiezione di coscienza potrebbe rendere debole questo diritto appena ottenuto. Come succede anche Italia un diritto finisce di fatto nelle mani della coscienza (personale e professionale) di un singolo e la possibilità di abortire quindi slitta da questione di salute e di diritti umani a questione morale. 

Questo spostamento sul piano morale e la continua colpevolizzazione delle donne che decidono liberamente di abortire porta ad una lettura distorta del fenomeno: se proprio vogliamo parlare di “strage di innocenti”, come nei giorni scorsi il senatore Simone Pillon, non lo si deve fare in riferimento ai feti, ma a tutte quelle donne che hanno perso la vita per non aver avuto il diritto di decidere sul proprio corpo.