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Afrofemminismo copertina

Nell’ambito del progetto “Seconde a nessuno” abbiamo partecipato al Webinar: “Afrofemminismo e autoformazione: spogliarsi dello sguardo europeo” organizzato da Arising Africans per sensibilizzare sull’intersezione di sessismo e razzismo che si trovano a vivere le donne nere nelle nostre società per rompere il tabù sulla violenza. 

Questo webinar è il punto di partenza per la campagna che avviamo oggi: riporteremo in queste settimane quelli che per noi sono stati i passaggi più salienti e ciò che ci è sembrato necessario approfondire per dare visibilità alla tematica. 

1. Colonialismo e rappresentazione della donna nera 

Mentre il resto dell’Occidente fa i conti col proprio passato coloniale in Africa, l’Italia sembra essersi dimenticata che per 75 anni, dal 1885 al 1960, ha dominato, in tempi e modi differenti, quattro Stati africani: Eritrea, Somalia, Libia ed Etiopia. 

Il comportamento degli italiani nello scenario coloniale è stato caratterizzato da brutalità e sopraffazione: violenze sessuali e di genere sono state utilizzate per confermare le relazioni di potere tra colonizzatori e colonizzati/e.

Ne abbiamo testimonianza non solo nelle fotografie, ma anche nei film, nelle cartoline, nelle pubblicità, nei manifesti, così come nei racconti e nelle canzoni; le donne nere vennero associate alla conquista delle terre “vergini”, e rappresentate come esseri dalla sessualità sfrenata e animalesca sempre disponibili al dominio dell’uomo bianco italiano.

L’accostamento della femminilità africana alla naturalità del continente africano, servì come giustificazione dell’impresa coloniale italiana e del possesso delle donne presenti nelle terre colonizzate. In pratica, il dominio sul corpo delle donne nere coincideva con la conquista del territorio.

Tali stereotipi e i meccanismi di potere nati durante il periodo coloniale persistono tuttora nella rappresentazione di ciò che non è occidentale come una diversità inferiore. 

Una visione che colpisce principalmente le donne nere che, secondo i codici visivi e culturali propri di una tradizione coloniale e patriarcale, vengono percepite come un gruppo etnico-culturale unico e monolitico, estremamente sessualizzate e posizionate ai margini della società. 

A questa prospettiva si oppone una diversa visione altrettanto dannosa promossa da coloro che portano avanti attività destinate alle donne nere, ma senza che esse vengano incluse e coinvolte. Si parla in questo caso di “complesso del white savior”, ovvero di persone bianche che sentono di dover “salvare” queste donne (e più in generale persone non bianche) senza ascoltare di fatti la loro voce nè farle partecipare attivamente ai processi decisionali che le riguardano per trovare soluzioni e strategie utili e a lungo termine. Questo atteggiamento, seppur messo in atto a fin di bene, ripropone di fatto la vittimizzazione e l'oppressione delle donne nere

2. Tanti femminismi 

Le donne che si impegnarono nella prima ondata del movimento femminista occidentale furono donne bianche inglesi interessate ad ottenere la partecipazione politica attraverso il suffragio esteso anche alla popolazione femminile.

Assistiamo poi al sorgere del cosiddetto femminismo della seconda ondata, partito negli Stati Uniti negli anni ‘60, che vide ancora una volta come protagoniste donne bianche di ceto medio che allargarono il dibattito su questioni quali la sessualità, la famiglia, il lavoro e i diritti riproduttivi delle donne.

Questi movimenti sociali lasciarono ai margini delle loro lotte le diverse esperienze e i differenti bisogni delle donne non bianche e lavoratrici.

Ciò che emerge dal webinar è che le femministe bianche si concentrarono sul sessismo e videro nell’uomo il reale responsabile dell'oppressione, ma è grazie alle femministe nere che possiamo oggi avere una visione più ampia e complessa.
Criticando i movimenti portati avanti dalle donne bianche di ceto medio, le donne nere riuscirono a mettere in luce l'intreccio fra le diverse oppressioni che loro si trovano a vivere e a dover combattere quotidianamente, identificandone l'origine nel patriarcato suprematista
bianco.

L’attivista afroamericana Bell Hooks scrive a proposito che: «Ricordo vividamente quel che dicevano le bianche dei miei primi Women's Studies: quando nasce un bambino, la prima cosa che si nota è il suo genere. E io dico che non è vero: se sei nero, la prima cosa che noti quando il bambino esce dalla vagina materna è il suo colore! Dalla sfumatura della sua pelle, dal fatto che sia più o meno scuro, dipendono le possibilità che avrà nella vita. E il colore lo si vede prima dei genitali, prima di sapere se si tratta di un maschio o di una femmina».

Inoltre, quando le femministe bianche di classe media chiedevano l’accesso ad un lavoro salariato per sfuggire al ruolo soffocante di casalinga, moglie e madre, non tenevano conto che le donne nere - a causa delle loro condizioni economiche - conoscevano già da tempo il mondo del lavoro capitalista ed erano coscienti che da lì non avrebbero tratto alcuna liberazione.
Si rivela oggi necessario un approccio che riconosca le plurime oppressioni a cui sono sottoposte le donne nere, riconoscendo la loro capacità di agire per dar vita a nuove pratiche femministe realmente indirizzate verso la liberazione.

3. Intersezione sessismo - razzismo

Cosa significa per una donna vivere la combo di sessismo e razzismo?

Proviamo a pensare al fatto che sono presenti forti discriminazioni di genere all'interno dei movimenti per la liberazione razziale e contemporaneamente troviamo profonde discriminazioni razziali (anche latenti) nella maggior parte dei movimenti femministi occidentali. Razzismo e sessismo, dunque, non sono la medesima cosa, ma il loro intreccio esiste nei quotidiani rapporti sociali. Questo intreccio che chiamiano “intersezione”, significa letteralmente “che riguarda più sezioni”.

Kimberlè Crenshaw per prima parla di questo concetto facendo riferimento alle leggi antidiscriminatorie, al femminismo e alle politiche anti-razziste. Grazie al proprio background giuridico fa un’analisi dei casi giudiziari riguardanti episodi discriminatori nei
confronti delle donne nere.
Tra cui il caso del 1976 che vede protagonista Emma DeGraffenreid, madre, lavoratrice e afroamericana, che fece causa alla General Motors, in quanto la società non assumeva donne nere da un decennio. Impiegavano uomini afro-americani e donne bianche, ma non donne nere. Questo bastò ai giudici per escludere che si trattasse di un episodio discriminatorio, sostenendo che non si potesse richiede un trattamento speciale per il semplice fatto di essere donne nere.
Il caso DeGraffenreid risulta fondamentale per poter comprendere il concetto di intersezionalità, ovvero la situazione di chi, per le proprie caratteristiche o la propria esperienza di vita, si trova a sperimentare più di una condizione di svantaggio sociale, che è specifica e non riducibile alla semplice somma delle discriminazioni che comprende.