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“Denuncia di un’adolescente padovana a Jesolo che si era appartata con un 17enne, poi ha vagato tre ore sotto choc prima di chiedere aiuto”

“Violentata da un amico dopo la festa”: a denunciare è una 15enne padovana

Tra i diversi tipi di notizie, la narrazione giornalistica privilegia in particolare quelle con un grado elevato di notiziabilità (newswothiness), ossia quelle che hanno una maggiore probabilità di suscitare l’interesse di chi legge. I fatti di natura criminosa, caratterizzati da violenza e negatività, hanno un alto grado di notiziabilità e sono costantemente presenti nelle pagine dei quotidiani.   

 
Per raccontare questi episodi sono molteplici le scelte linguistiche che una testata giornalistica di riferimento può decidere di adottare. In questo specifico caso apparso su “Il Mattino di Padova” siamo di fronte ad un episodio di abuso sessuale nei confronti di una minore. Possiamo constatare subito, da come viene presentata la notizia, dalle parole utilizzate come titolo, nella breve descrizione presentata nel sottotitolo che, nonostante la delicatezza dell’evento riportato, il lessico utilizzato veicola una valutazione di merito da parte del giornalista. Ci chiediamo quindi come sia possibile che ancora oggi la stampa e il discorso giornalistico continuino a perpetuare un’immagine sessista, stereotipata e spesso colpevolizzante della donna vittima di violenza.


Ci siamo illuse che le lotte e le battaglie contro la violenza fossero riuscite a colmare, almeno in parte, la disparità di genere all’interno della nostra società, ma ci troviamo di fronte ad una realtà diversa, difficile da accettare. Infatti, secondo i dati ISTAT pubblicati nel novembre 2019 inerenti all’immagine sociale della violenza sessuale circa il 23,9% ritiene che sia la donna a provocare con il suo abbigliamento la violenza sessuale, addirittura il 39,3% sostiene che una donna che non vuole davvero un rapporto sessuale sia in grado di evitarlo sottraendosene. Il 15,1% è convinto che una donna sotto effetto di alcool o di sostanze è in parte responsabile della violenza. Il 6,2% degli intervistati ritiene che le donne serie non vengano violentate.         


Ciò si ritrova palesemente nella scelta di sottolineare determinati particolari della vicenda, come ad esempio il fatto che la vittima si trovasse ad una festa dove erano presenti alcolici; che avesse deciso di “appartarsi” con l’aggressore e che i due si conoscessero già in precedenza. Tutte informazioni che, invece di essere considerate aggravanti dell’abuso, vengono lette come una giustificazione verso le azioni dell’assalitore e una colpevolizzazione della vittima, fenomeno che prende il nome di victim blaming, dall'inglese "incolpare la vittima". Anche gli utenti/le utenti, nell'esprimere la propria opinione sulla vicenda, sottolineano spesso nei commenti come la colpa ricada anche (o in toto) sulla vittima e quello che più ci colpisce è il fatto che siano gli uomini quanto le donne ad addossare la colpa alla giovane ragazza. Ritenere la vittima colpevole di ciò che le è accaduto significa attribuirle le cause dell'avvenimento, ma questo è un ragionamento scorretto, frutto di un'impropria traslazione a “cause” di quelle che in realtà sono giustificazioni. Il modo di vestire, l'orario in cui ci si trova fuori di casa o l'educazione impartita dai genitori della ragazza non possono aver causato la violenza, ma sono a tutti gli effetti delle scusanti per l'aggressore, al quale, stando ai commenti, non viene attribuito alcun tipo di responsabilità e anzi si invita a “sentire la sua versione dei fatti”. La fallacia di questi ragionamenti ha radici sia culturali che psicologiche. 


Culturalmente, attribuire la responsabilità dell'aggressione alla vittima ha a che fare con le secolari aspettative comportamentali stereotipate che si hanno verso le donne: come ci si debba vestire, dove e quando si possa andare, arrivando al quantitativo di alcolici che sia opportuno consumare. Pertinentemente, anche i genitori di una ragazza devono seguire determinate regole educative, diverse da quelle imposte ad un figlio maschio. In questa anacronistica visione, non adeguarsi alle aspettative ha delle conseguenze, che sono quindi direttamente causate dalla vittima, mentre l'aggressore diventa una figura secondaria, a tratti priva di colpe, in quanto giustificata dalla mancanza di rispetto delle regole sociali della vittima. È chiaro come queste regole sociali siano intrinsecamente discriminanti nei confronti delle donne, poiché estremamente restrittive nei nostri confronti, ponendoci dinnanzi a lunghe liste di modi di fare ed essere che non tengono minimamente conto di libertà individuali, autostima ed autoefficacia, che sono invece fondamentali nella definizione dell'identità.     


Una base culturale così fortemente determinata ad affibbiare la responsabilità alla donna alimenta ed è a sua volta alimentata da una teoria implicita dell'essere umano, per la quale abbiamo un'idea di giustizia in base al merito. Questo significa che ciascuno ottiene ciò che merita, sia in senso positivo, sia in senso negativo. Considerare che le colpe della violenza ricadano interamente sull'aggressore, e che quindi la vittima sia totalmente innocente, significa ammettere che il mondo sia ingiusto, idea totalmente in contraddizione con la teoria implicita. La contrapposizione tra una teoria implicita e il contesto reale crea ciò che viene definita una “dissonanza cognitiva”, uno stato di disagio dato dalla mancanza di coerenza. Per tornare ad uno stato di equilibrio, quindi, è necessario che in qualche modo la vittima “se lo sia meritato”, ed è qui che l'infrazione delle regole sociali da parte della donna entra di nuovo in gioco, come chiara causa di ciò che le è accaduto e conseguente rassicurazione rispetto alla propria teoria implicita. Questa soluzione alla dissonanza cognitiva, però, è frutto di una distorsione della realtà, messa in atto come intervento rapido a favore di un necessario equilibrio. Più lungo, difficile, ma anche grandemente auspicabile, invece, è un cambiamento del proprio modo di pensare e dei propri atteggiamenti nei confronti di questo tipo di vicende, che sia maggiormente ancorato ad una realtà dei fatti in cui la vittima non ha alcuna colpa e non ha fatto niente per “meritarselo”. È un risultato che si ottiene tramite un processo in cui i giornalisti e le giornaliste usano un linguaggio corretto, in cui si insegna ai giovani cosa sia il consenso. Giuridicamente si definisce il consenso come l’approvazione che deriva da concordanza di idee o di opinioni tra le parti; non deve prevalere il pensiero di una delle due ma deve esserci un accordo in cui le due o più parti possano attuare un processo decisionale insieme. Nel caso del rapporto sessuale, il consenso ha una continuità; è una decisione da prendere insieme, che riguarda anche le pratiche all’interno del rapporto e che può essere ritirata in qualsiasi momento. Se una parte decide di cambiare opinione durante il percorso, non vi è più consenso e se una delle parti decide di continuare e protrarre la situazione senza considerare i desideri dell’altra persona coinvolta, non necessariamente facendo uso di aggressioni fisiche, intimidazioni, ricatti, ecc. è considerato un atto di violenza. Per avere un rapporto sessuale consensuale si richiede un accordo tra le due parti e si devono prendere in considerazione i desideri delle parti. È necessario ricordare ai nostri giovani, ragazzi e ragazze, e alla nostra comunità che un rapporto sessuale è una cosa che riguarda tutte le persone coinvolte.  


Purtroppo, in tanti casi di violenza sessuale ancora si colpevolizza la vittima, si pensa che sia giustificabile in quanto si sia esposta consapevolmente a situazioni e circostanze che favoriscono un possibile abuso, quando in realtà le persone in generale, anche le vittime, devono avere chiaro che “appartarsi” con un uomo non significa automaticamente dare il consenso ad un rapporto sessuale e alle diverse pratiche. È inoltre fondamentale tenere in considerazione il fatto che la ragazza e la sua famiglia possano avere letto i commenti all’articolo in questione. In letteratura scientifica ci si riferisce alla vittimizzazione secondaria definendola come: “stato di disagio, di sofferenza, a volte di vergogna, che la vittima si trova a vivere nel momento in cui deve riferire quanto subito a persone (spesso estranee) che hanno il compito di ricostruire il fatto al fine di identificare e assicurare alla giustizia il suo autore” (Monzani, Bertoli; 2016). La lettura di commenti di questo tipo, pur non rientrando esattamente nella definizione sopra citata, può certamente contribuire al processo di vittimizzazione secondaria, creando quel senso di colpa, di incomprensione e di solitudine che spesso porta le donne vittime di violenza ad evitare di denunciare i loro aggressori per evitare questo tipo di “conseguenze”.     

 
Detto questo, il nostro obiettivo non è certamente quello di violare il diritto di cronaca o di promuovere una censura dei social network (peraltro da noi CVPD molto utilizzati), bensì quello di mettere in luce i pericoli e le potenzialità propri di questa via di comunicazione. Nel contesto attuale, la manipolazione del vero finalizzata a scopi economici e demagogici trova un alleato incomparabile nei nuovi media digitali che consentono una diffusione istantanea e capillare delle notizie. Le informazioni riguardanti i gusti degli/delle utenti, che in particolare i social network rendono accessibili, vengono utilizzate per influenzare l'opinione pubblica, assecondando i pregiudizi, facendo leva sull'emotività e blandendo l'ansia della precarietà con illusorie rassicurazioni. Certamente l'era della post-verità, caratterizzata da una vita pubblica in cui i fatti obiettivi hanno minore influenza nel processo decisionale rispetto all'emotività e alle credenze personali, e il dilagante fenomeno delle fake news impongono a ciascuno di noi l'urgenza di armarsi di pensiero critico e di cautela per non divenire facile preda della retorica mistificatoria. Allo stesso tempo, se la libertà di parola permessa dalla Rete non viene rivolta alla condivisione responsabile di contenuti, diveniamo tutti/e – più o meno consapevolmente – sofisti/e digitali. In particolare, non possiamo ignorare le conseguenze della comunicazione via social di una notizia di cronaca: in pochi secondi, la lettura – anche parziale e frettolosa – dell'articolo conferisce a ogni utente il diritto di erigersi a giudice esprimendo nei commenti la propria frettolosa sentenza. In nome di un giustizialismo ancora più impaziente, quello digitale, siamo ormai abituati/e a non poter più aspettare la verifica dei fatti che spetta esclusivamente alle autorità – ai professionisti e alle professioniste – del sistema giudiziario, ma ci arroghiamo la funzione di assolvere gli innocenti e condannare i colpevoli.  


Stante il fatto che il nostro ordinamento giuridico, in sede penale, si basi sulla presunzione di innocenza e che la verità processuale debba sempre essere accertata da un giudice e non dal popolo dei social; è importante sottolineare come quest’ultimo, una volta accertata la propria “verità” dando per certa la violenza avvenuta, si sia però scagliato contro quella che per sua stessa ammissione sarebbe la vittima, attribuendo a lei ed ai suoi genitori (in quanto minorenne) la colpa di quanto accadutole. Posto anche che la ragazza in questione abbia 15 anni, (per il nostro ordinamento si parla di reato di “atti sessuali con minorenne” solo fino ai 14 anni di età, presupponendo sempre un’incapacità nell’esprimere liberamente il consenso), è aberrante notare come la sua minore età in questo caso non venga quasi considerata dai/dalle giudici dei social network, i/le quali non limitano i commenti sgradevoli e colpevolizzanti, come se l’anno che la separa dalla soglia per il “consenso” ad atti sessuali sia indicativo del fatto che potesse assolutamente evitare la violenza sessuale.    


Senza prenderci il tempo per riflettere – elemento che invece la risposta a un articolo sulla carta stampata richiede – esprimiamo la nostra “indiscutibile” opinione sul “fatto”, trascinati e trascinate dai commenti precedenti. La dinamica che si instaura assume spesso – com'è accaduto – tratti violenti. La distanza e la spersonalizzazione che caratterizza la comunicazione digitale, ostacolando l'empatia con l'altro (utente, vittima o presunto reo), favoriscono messaggi irrispettosi e de-umanizzanti che probabilmente – e auspicabilmente – nel mondo reale non condivideremmo. Dietro a uno schermo, magari per biasimare l’autore o l’autrice di un commento che riteniamo inaccettabile, sottovalutando il potere delle parole “digitali” o difendendo l'irrefrenabilità delle emozioni provate, giustifichiamo e perpetriamo violenza (verbale).


Di fronte a tutto ciò, nella consapevolezza e valorizzazione della nota influenza dei mass media nella formazione dell'opinione pubblica, chiediamo ai giornalisti e alle giornaliste di assumersi la responsabilità educativa che compete loro. Lo scopo di una condivisione su Facebook dunque non può essere esclusivamente la promozione del proprio giornale, nell'intento di sedurre e attivare a tutti i costi il maggior numero di utenti. Il vostro ruolo professionale vi impone il dovere non solo di informare ma anche di educare, fornendo ai vostri lettori e lettrici (anche virtuali) strumenti per il pensiero critico, qualità degli argomenti, ragionamenti non riduzionistici. Vi chiediamo quindi di non ignorare – e certamente di non cavalcare – l'antico e attuale problema dell'analfabetismo funzionale e della diffusione di stereotipi e pregiudizi (non solo di genere) nel nostro Paese e di farvene carico in chiave pedagogica.    


Cerchiamo tutti di trarre insegnamento dalla recente esperienza maturata durante la pandemia di Covid-19 che ha evidenziato le potenzialità della Rete e ha dimostrato l'insufficienza del regno della doxa (opinione) con la riscoperta delle “competenze”. Aiutateci dunque a creare “appassionati dibattiti” in cui la ricerca della verità e della giustizia promuova la cultura della complessità e del rispetto.


È necessario dunque analizzare ciò che suscitano in noi alcuni titoli di articoli, molte volte formulati appositamente in maniera provocatoria, per diventare consapevoli di quali siano gli stereotipi che guidano il nostro modo di pensare e che ci conducono a formulare un giudizio in maniera frettolosa senza tenere conto delle implicazioni che questo può avere nei confronti di una ragazzina di quindici anni o di qualsiasi donna vittima di violenza. Solo così potremmo renderci conto di quanto lunga sia ancora la strada da percorrere.