Ada Lovelace, la prima programmatrice della storia
Quando si parla di informatica e tecnologia, raramente si pensa all’Ottocento. Ancora più raramente si pensa alle donne. Eppure è proprio lì che troviamo Ada Lovelace, oggi considerata la prima programmatrice della storia.
Ada Lovelace nasce a Londra il 10 dicembre 1815. È l’unica figlia legittima del poeta Lord Byron e di Anne Isabella Milbanke, detta Annabella. Il padre scompare molto presto dalla sua vita: dopo la separazione dei genitori, Ada non lo incontrerà mai e lui morirà quando lei ha solo nove anni. La figura centrale della sua crescita sarà la madre, che teme fortemente che la figlia possa “ereditarne” l’indole poetica.
Proprio per questo, Annabella decide di indirizzare l’educazione di Ada verso la matematica e le scienze, discipline considerate all’epoca più razionali. Una scelta che offrirà ad Ada un percorso di formazione eccezionale. Nonostante una salute fragile e lunghi periodi di malattia, Ada riceve un’istruzione scientifica di altissimo livello, seguita da matematici e scienziate di primo piano come Mary Somerville.
È proprio grazie a Somerville che Ada incontra Charles Babbage, matematico e inventore della macchina analitica, un progetto che oggi viene considerato l’antenato del computer moderno. Mentre molti contemporanei vedevano quella macchina come un semplice strumento per automatizzare i calcoli, Ada intuisce qualcosa di molto più profondo: comprende che la macchina può essere programmata, cioè guidata da una serie di istruzioni per eseguire operazioni diverse.
Nel 1843 Ada traduce un articolo dell’ingegnere italiano Luigi Federico Menabrea sulla macchina analitica di Babbage. Alla traduzione aggiunge una serie di note personali che finiscono per essere più lunghe e più innovative del testo originale. In una di queste, la celebre Nota G, descrive un algoritmo per il calcolo dei numeri di Bernoulli: oggi questo lavoro è generalmente riconosciuto come il primo programma informatico della storia.
Ancora più sorprendente è la visione che Ada sviluppa a partire da queste riflessioni. Lovelace immagina macchine capaci di operare non solo sui numeri, ma anche su simboli, musica e linguaggio. Non parla di computer o di intelligenza artificiale come li intendiamo oggi, ma ne anticipa chiaramente i presupposti concettuali, distinguendo però la capacità di calcolo dalla capacità di pensiero umano.
Per molto tempo, il contributo di Ada Lovelace è stato minimizzato o attribuito quasi interamente a Charles Babbage, trattato come una semplice curiosità o come un’eccezione isolata. Solo nel Novecento il suo lavoro viene pienamente rivalutato, riconoscendole il ruolo centrale che ha avuto nello sviluppo del pensiero computazionale. Non a caso, negli anni Ottanta del Novecento è stato creato un linguaggio di programmazione chiamato Ada, proprio in suo onore, per riconoscerne il ruolo pionieristico nella storia della programmazione. Un tributo simbolico, ma anche un promemoria importante: le donne nel tech non sono un’eccezione recente, sono parte dell’origine.
La storia di Ada Lovelace ci ricorda che il settore tecnologico non nasce come uno spazio maschile. Diventa tale nel momento in cui acquisisce prestigio, potere e valore economico, attraverso processi storici di esclusione e cancellazione del contributo femminile. Comprendere queste dinamiche è fondamentale per mettere in discussione gli stereotipi che ancora oggi influenzano le nostre aspirazioni e le nostre scelte professionali.