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Mestieri

A confermarlo è l'International Road Transport Union (IRU) nel suo Driver Shortage Report del 2022, eppure nonostante questo esiste l’idea e la convinzione diffusa che il lavoro abbia un genere. Che ci siano lavori per donne e lavori per gli uomini. Certo, esistono zone d’ombra in cui si collocano i lavori per tuttɜ, ma alcuni sembra che abbiano un genere assolutamente ben definito. Le tipologie professionali sono, spesso, ampiamente attribuite agli uomini rispetto alle donne (per esempio nei modelli culturali come i libri di testo scolastici). 

Il mestiere di camionista

È l'esempio perfetto di questa attribuzione di genere. Parliamo della convinzione radicata che sia un lavoro per soli uomini. Eppure le donne in questo settore hanno una storia lunga e sono in costante crescita, nonostante debbano ancora fare i conti con la mancanza di pari opportunità e con ostacoli culturali ancora ben presenti.

Quello dell’autotrasporto è un mondo nato al maschile che ha sempre fatto fatica ad accogliere le donne. Questo mestiere si è modellato su stereotipi patriarcali: dalla divisione asimmetrica dei ruoli fino al linguaggio.

Il mito del camionista come “eroe solitario della strada” nasce infatti nella cultura pop americana del dopoguerra: una figura iper-mascolinizzata, dura e sola che vive per il suo mezzo e domina l’asfalto sfidando stanchezza e solitudine.

Riprendersi spazio

Eppure le donne hanno guidato fin da subito, spesso rompendo i tabù con la propria presenza. Durante i conflitti mondiali, mentre gli uomini erano al fronte, le donne avevano iniziato a guidare camion, ambulanze e autobus per garantire i servizi essenziali.

Un esempio fondamentale è quello di Teresina Bruno, nata nel 1929 a Settimo Torinese. Dopo essere stata una staffetta partigiana durante la Resistenza, a soli ventun anni conseguì la patente C e iniziò la sua attività da camionista. Faceva scalpore, a quei tempi, una donna alla guida di un camion, e per di più una donna che indossava i pantaloni per poter svolgere comodamente il suo lavoro. Teresina è stata una pioniera che ha dimostrato come l'autonomia e la competenza non abbiano sesso.

Cosa vuol dire essere camioniste oggi?

Fino agli anni '70, i veicoli utilizzati per il trasporto non avevano il servosterzo e richiedevano grandi volanti solo per riuscire a curvare. Questo assetto richiedeva una particolare forza muscolare e per questo si riteneva il mestiere non adatto alle donne. Oggi l'evoluzione tecnologica (servosterzi elettronici, cambi automatici, ergonomia) ha del tutto eliminato le barriere fisiche: guidare un camion è solo una questione di competenza e concentrazione.

È evidente che il settore abbia iniziato ad assumere più donne, ma la vera barriera oggi non è la guida: è il carico di cura della famiglia che, di base, viene scaricato sulle spalle femminili.

Essere una camionista oggi significa scontrarsi con la mancanza di servizi e di welfare adatti. Non è un caso che molte autiste siano single o abbiano figli ormai grandi, proprio perché la struttura attuale del lavoro richiede di sacrificare la vita personale. Si tende a pensare che una madre non possa fare la camionista perché "un autista deve lavorare 12 ore al giorno", ma non deve essere per forza così. Si potrebbero ripensare le tratte o riorganizzare le flotte nelle aziende più strutturate per garantire turni sostenibili, anziché pretendere che l'unica soluzione sia il sacrificio individuale.

Nuove strade da percorrere

Il problema non è cosa le donne "possono" o "non possono" fare, ma come le professioni sono modellate sulle esigenze maschili. Quando parliamo di lavoro non dovremmo guardare al genere, ma alle competenze professionali.

Il vero cambiamento non può passare solo per le battaglie individuali di chi sceglie di resistere in un ambiente ostile: deve diventare una trasformazione collettiva.

Servono azioni concrete sia nel settore pubblico che privato:

  • Servizi di cura accessibili e infrastrutture adeguate;

  • Modelli organizzativi flessibili e riorganizzazione delle tratte per conciliare lavoro e vita privata;

  • Superamento degli stereotipi culturali, garantendo a bambine e bambini la stessa gamma di possibilità di immaginare il proprio futuro.


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